Le modifiche al procedimento di liquidazione dell’attivo nell’ambito della riforma Rordorf.

Scopri tutte le novità in fase di promulgazione.

Il disegno di legge elaborato dalla Commissione Rordorf, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 10 febbraio e ora all’esame del Parlamento, nel riscrivere in maniera organica la disciplina delle procedure concorsuali, apporta diverse novità anche per quanto riguarda la modalità di liquidazione dell’attivo.

Se infatti il filo conduttore che regola la disciplina della liquidazione dei beni è il medesimo già intrapreso dalla riforma del 2006-2007 (ruolo centrale e pregnante del professionista incaricato delle operazioni, nelle mani del quali dovrebbe concentrarsi l’intera fase di liquidazione dei beni; programma di liquidazione che mantiene il ruolo di strumento principale in cui prevedere tutte le specifiche in tema di liquidazione; principi di competitività e trasparenza da intendersi come principi regolatori delle vendite), sono state introdotte diverse novità rispetto al contesto attuale di riferimento.

Inoltre, alla luce della rimarcata differenza tra la procedura di fallimento (che su indicazione della stessa Commissione dovrà essere denominata quale “liquidazione giudiziale” o “insolvenza”, e che avrà quindi come obiettivo principale quello di liquidare, eliminando però  la connotazione negativa propria del termine fallimento), e quella di concordato preventivo (finalizzato invece ad una riabilitazione dell’azienda in crisi – ragion per cui l’attività di liquidazione dovrà necessariamente rivestire un ruolo solo marginale), ne deriva che la disciplina della liquidazione dei beni riguarderà quindi, sostanzialmente o comunque in maniera preponderante, le procedure di fallimento (rectius liquidazione giudiziale).

Ruolo e poteri del curatore.

Recepita e condivisa la necessità di costituire un apposito albo dei curatori già prevista dai precedenti interventi legislativi, nell’ottica di garantire la maggior indipendenza possibile della figura del professionista,  è stata prevista la necessità di elaborare un rigido regime di incompatibilità, con la conseguente impossibilità - al fine di evitare qualsiasi eventuale condizionamento -  che uno stesso professionista possa assumere diversi ruoli a seconda della fase in cui si trova la procedura.

Nell’ottica di concentrare nelle mani del curatore l’intera gestione della procedura di liquidazione, al fine di permettergli di eseguire al meglio il proprio mandato, dovranno poi essergli attribuiti specifici poteri di accertamento ed accesso a pubbliche amministrazioni e banche dati.

Confermato quindi, anzi rinforzato, il ruolo centrale del curatore nella gestione di tutte le vicende legate alla procedura, considerato che lo stesso dovrà occuparsi di: esercitare correttamente le azioni per la ricostruzione dell’attivo, procedere con la liquidazione dei beni propriamente detta, gestire le vicissitudini legate alla chiusura della procedura.

Il programma di liquidazione.

Confermato anche il ruolo principe del programma di liquidazione quale documento programmatico relativo all’intera attività del curatore, di cui il legislatore sarà tenuto a specificare il “contenuto minimo”, in maniera quindi ulteriormente dettagliata rispetto a quanto previsto dall’attuale art. 104 ter L.F. (art. 7 punto 3)).

Questo poichè il programma di liquidazione coincide con il momento ultimo della vera e propria fase giudiziale, in cui il comitato dei creditori (ed eventualmente il giudice delegato) ha il potere di determinare e modificare le scelte operate dal professionista, e a cui segue quindi una fase meramente “esecutiva” delle indicazioni e dei punti elencati nel piano, residuando al magistrato in questa seconda fase esclusivamente competenza nell’ambito della risoluzione di eventuali controversie.

Il programma di liquidazione resta quindi un documento di natura programmatica, all’interno del quale il curatore sarà tenuto ad individuare ed elencare in maniera chiara e precisa non solo le concrete modalità con cui intende liquidare i beni di cui all’attivo, ma in generale tutte le attività che lo stesso intende porre in essere per giungere alla chiusura della procedura.

Nello specifico per quanto riguarda la liquidazione dell’attivo: la preferenza per le vendite telematiche e l’istituzione del c.d. sistema “common”.

Nell’ottica di perseguire l’obiettivo della “massima trasparenza ed efficienza” delle operazioni di liquidazione (art. 7 punto 8), il disegno di legge conferma in primo luogo la spiccata preferenza, già peraltro confermata dal tenore dei più recenti interventi del legislatore in materia, per le vendite telematiche, in quanto unica modalità in grado di garantire appunto quella trasparenza, efficienza, e competitività, già richiesti dal legislatore del 2006 e richiamati anche all’interno del disegno di legge in esame.

La Commissione poi si spinge oltre, prevedendo non solo l’obbligo dell’introduzione di sistemi informativi e di vigilanza della gestione del procedimento di vendita, che dovranno essere caratterizzati da trasparenza, pubblicità e obblighi di rendicontazione (art. 7 comma 8 lett.a), ma prevedendo altresì la creazione di un mercato unico telematico nazionale delle vendite, una piattaforma che nelle ambiziose intenzioni della Commissione dovrebbe garantire ai creditori un maggiore e più veloce soddisfacimento delle proprie ragioni (c.d. sistema common).

Tale sistema, le cui modalità di funzionamento erano già state delineate dalla Commissione ministeriale istituita nell’estate del 2014, si basa su 4 elementi, analiticamente richiamati dal disegno di legge:

  1. la necessità della presenza di un ente - verosimilmente pubblico, anche se nulla viene specificato sul punto – in grado di certificare la ragionevole probabilità di soddisfazione dei crediti insinuati al passivo di ciascuna procedura aderente al sistema.
  2. la presenza di un operatore del sistema di regolamento e compensazione
  3. il riconoscimento ai creditori di un titolo che permetta loro di partecipare alle vendite pubblicate sulla piattaforma in misura proporzionale alla probabilità di soddisfazione del proprio credito, come certificata dall’ente di cui sopra
  4. la creazione di uno o più fondi in cui conferire i beni rimasti invenduti, al fine della loro valorizzazione

Nell’ottica di facilitare il funzionamento di tale sistema di liquidazione, è stato anche previsto l’adeguamento dei criteri di calcolo degli interessi civilistici a tale modalità di liquidazione dell’attivo (art. 7 comma 7 lett.f).

L’intento del legislatore è quindi quello di sbloccare le situazioni di stallo che colpiscono le procedure fallimentari – e soprattutto la sostanziale paralisi finanziaria che colpisce i creditori delle stesse, dando modo a questi ultimi di soddisfare in maniera più snella e veloce le proprie pretese creditorie, concedendo loro di fatto la possibilità di utilizzare parte dei propri crediti (che saranno certificati dall’ente di cui alla precedente lettera a)) pendenti all’interno delle procedure concorsuali, per acquistare beni appartenenti ad altre procedure.

Un progetto molto ambizioso, quindi, ma almeno apparentemente di non semplice realizzazione sul piano pratico, data la complessità della procedura (lo snodo fondamentale sarà probabilmente quello di capire infatti quale sarà l’ente incaricato di provvedere al delicato compito “certificare la ragionevole possibilità di soddisfazione dei crediti”, nonché comprendere quali saranno i criteri ed i parametri di valutazione adottati).

Resta ora da verificare con quali tempi il legislatore promulgherà la normativa delegata, e quanto essa aggiungerà o specificherà rispetto a quanto già indicato dalla Commissione.

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