Concordato fallimentare. Diritto di voto per i creditori privilegiati in caso di pagamento dilazionato.

Scopri la sentenza n. 22045 del 31 ottobre.

Con sentenza n. 22045 in data 31.10.2016, la sezione della Suprema Corte ha affermato che in ambito di concordato fallimentare devono essere ammessi alle procedure di voto anche i creditori privilegiati, qualora per essi sia previsto un pagamento dilazionato, in quanto tale modalità di pagamento è assimilata ad una soddisfazione non integrale delle ragioni creditorie.

Tale principio, già enunciato in ambito di concordato preventivo con sentenza n. 1011/2014 e poi confermato e richiamato dalla successiva Cass. sez I, n. 20388/2014, viene pertanto esteso anche al caso del concordato fallimentare.

Nell’ambito della procedura di concordato preventivo, con la prima delle citate pronunce, la Cassazione ritenne ammissibile la previsione di un pagamento dilazionato dei creditori privilegiati (principio introdotto dal d.lgs, 169/2007), precisando però che in tal caso a questi ultimi andasse riconosciuto il diritto di voto per la parte di credito degradata a chirografo, in base a quanto statuito dall’art. 177 comma 3 l.f. : ai fini dell’ammissibilità della proposta di piano, il creditore privilegiato va quindi ammesso alla procedura di voto – seppur esclusivamente per la parte di credito che degrada a chirografo –  in quanto l’ipotesi di un pagamento non integrale è da ritenersi equivalente a quella di un pagamento dilazionato,  a causa della perdita economica conseguente al ritardo nel soddisfacimento del credito.

In tal caso è compito del giudice di merito stabilire l’ammontare della perdita economica subita del creditore, e di conseguenza i limiti del suo diritto di voto, sulla base della relazione giurata del professionista incaricato dal tribunale redatta ex art. 160 comma 2 l.f..

Oggi il principio viene esteso al caso di concordato fallimentare, con qualche ulteriore precisazione. Nel caso esaminato dalla Corte, una società fallita presentava una proposta di concordato fallimentare, prevedendo il pagamento immediato dei soli crediti in prededuzione, mentre per i privilegiati era previsto un pagamento dilazionato in quattordici rate semestrali; la società, a seguito della negazione dell’omologazione da parte del Tribunale e del rigetto del successivo reclamo presentato in appello, presentava quindi ricorso in Cassazione per vedersi riconoscere la legittimità ed ammissibilità della proposta.

La Suprema Corte, riconoscendo applicabile quanto già stabilito in ambito di concordato preventivo, conferma il giudicato dei precedenti gradi di giudizio nella parte in cui si dichiara l’inammissibilità del piano a causa della mancata partecipazione dei creditori privilegiati al voto, ribadendo così come il pagamento dilazionato equivale a soddisfazione non integrale, in ragione della perdita economica derivante dall’impossibilità di una soddisfazione completa ed immediata delle ragioni creditorie; da ciò deriva – ai fini dell’ammissibilità della proposta – la necessaria partecipazione alle operazioni di voto  anche di questa classe di creditori, per la parte di credito rimasta in chirografo.

La Suprema Corte afferma quindi il seguente principio di diritto: “anche in materia di concordato fallimentare la regola generale è quella del pagamento non dilazionato dei creditori privilegiati, per cui l’adempimento con una tempistica superiore a quella dei tempi tecnici della procedura fallimentare equivale a soddisfazione non integrale degli stessi in ragione del ritardo, rispetto ai tempi ordinari del fallimento, con il quale i creditori conseguono la disponibilità delle somme spettanti; ne deriva che, una volta determinata in misura percentuale l’entità di tale perdita, la partecipazione al voto dei creditori privilegiati, ai sensi dell’art. 124 comma 4, della legge fall., resta determinata entro la detta misura e non si estende all’intero credito munito di rango privilegiato”.

La Cassazione si esprime poi anche con riferimento alla relazione del professionista ex art. 124 comma 3 l.f.: discostandosi in questo frangente da quanto asserito nei precedenti gradi di giudizio, la Suprema Corte ha ritenuto non necessaria – e quindi non rilevante ai fini della decisione sull’ammissibilità o meno della proposta –  la relazione del professionista, poiché essa viene prevista in sede di concordato fallimentare solo per stabilire il valore reale di mercato attribuibile al bene o diritto soggetto a privilegio, pegno od ipoteca, con il fine ultimo di garantire che la soddisfazione, seppur non integrale, avvenga comunque nei limiti di quanto si potrebbe ricavare in caso di liquidazione nell’ambito della procedura di fallimento.

Per questo l’acquisizione della relazione del professionista non assume alcuna rilevanza quando la proposta di concordato fallimentare prevede, in conformità al titolo, solamente una dilazione di pagamento.

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